Editoriale 2022


Lo sguardo di Firenze sul Mondo



Scriveva Ralph Waldo Emerson, nella prima metà dell’Ottocento: “Una delle cose più belle in natura, dove tutto è meraviglioso, è lo sguardo, o l'incontro degli occhi; questa comunicazione rapida e perfetta che trascende parola e azione” (The Early Lectures, 1833/36).

In realtà, le cose del mondo abitano nella profondità degli occhi e assumono forme che derivano dalla costruzione culturale, storica e sociale di uno sguardo che non è mai asettico, ma sempre influenzato da attese, convinzioni e ideologie, che sono sedimentate nell'inconscio.

Lo sguardo è un punto di vista.

Ce lo ha insegnato il cinema: il teatro è, infatti, una rappresentazione che si svolge davanti agli occhi dello spettatore, ma il cinema, come la fotografia, propone una rappresentazione filtrata dallo sguardo di un altro.

Se di Eco, consumata dal tormento per non essere corrisposta da Narciso, resterà solo la voce, dell’operatore Serafino Gubbio, nel romanzo di Luigi Pirandello, rimarrà solo lo sguardo.

Anche Pier Giorgio Welby aveva solo gli occhi per comunicare: lui, come tanti altri malati di patologie così fortemente invalidanti, ha continuato a parlare con gli occhi, a esprimere il suo pensiero attraverso uno sguardo.

E oggi, la Scienza pensa a dispositivi e raffinatissime strumentazioni, per consentire a coloro che soffrono di patologie del sistema neuro muscolare, che hanno compromesso il controllo motorio e la capacità di parola, di sfruttare i movimenti oculari per interagire col mondo.

La tecnica, quindi, può restituire allo sguardo una capacità fàtica vitale.

L’atto del vedere, guardare, contemplare, in tutte le sue possibili varianti semantiche e grammaticali, rappresenta un variegato caleidoscopio di opportunità espressive: sguardo scopico e sguardo contemplativo.

Il primo è figlio del verbo greco σκοπεῖν (skopein), osservare: è lo sguardo indagatore, che agisce in vista di un fine, di uno scopo, appunto, e rifugge da qualunque piacere.

L’altro, invece, è legato al verbo greco ὁράω (orào), vedere: è lo sguardo della meraviglia e del sublime e conduce a una sorta di contemplazione.

Ma Andrea Camilleri ci ha reso familiare l’azione di un altro verbo, taliàri, che porta in sé la radice dell’espressione araba che indica la “torre di guardia”: una persona che talìa, fissa tutta la sua attenzione nello sguardo, assorta, assorbita in modo totale da quanto vedono i suoi occhi.

Gli occhi parlano attraverso lo sguardo: se la grecità arcaica ha codificato l'idea dello sguardo femminile come strumento di seduzione, è nel mito greco che trova rispondenza il concetto del pericolo, insito nello sguardo femminile: Medusa.

Si disegna, quindi, un’area di frontiera tra mondo interno e mondo esterno, per dar voce a quell’universo interiore, che la comunicazione verbale difficilmente esprime.

«Lo vostro bel saluto e ‘l gentil sguardo», dirà Guido Guinizzelli: la sfera amorosa e passionale è il terreno privilegiato in cui il topos trova spazio, dalla lirica trobadorica e dal romanzo cortese, fino allo Stilnovo, in cui innamoramento e passione passano necessariamente attraverso l’intensità del contatto visivo.

Paolo e Francesca, nella Commedia, scoprirono il loro sentimento solo quando i loro sguardi si incrociarono: «per più fiate gli occhi ci sospinse / quella lettura…».

La dialettica degli sguardi trova spazio nella raffigurazione artistica, dall’espressione attraversata da un velo di malinconia della Madonna del solletico di Masaccio, a quella enigmatica della Gioconda, fino agli occhi magnetici della giovane donna afgana, Sharbat Gula, nella foto di Steve McCurry (1984): spalancati e fissi verso l'osservatore, tradiscono la rabbia di un popolo dilaniato dalla guerra, ma, nello stesso tempo, parlano di forza, di abnegazione, di riscatto.

Non a caso, il celebre storico dell’arte austriaco Ernst H. Gombrich nel suo saggio Illusione e Arte (1973) sottolineava che, nello Sri Lanka, dipingere gli occhi della statua del Budda era un momento cruciale, perché quell’atto implicava infondere vita al simulacro.

Ma lo sguardo, al di là della sua interpretazione colloquiale come occhiata frettolosa e disattenta, è anche metafora, è prospettiva, è punto di vista e, come tale, attraversa tutte le espressioni della comunicazione, anche quella affidata alle note del pentagramma, al linguaggio della musica, all’attenzione posata sulle dita sapienti di un pianista.

E l’orizzonte si amplia, si distende, abbraccia e comprende.

Un pan-orama è uno sguardo gettato sul tutto e che nel tutto si perde.

E, ancora, la sitcom animata americana Futurama, che racconta la storia di un fattorino che finisce accidentalmente in una capsula per il sonno criogenico e si risveglia mille anni dopo, iniziando così una nuova vita, porta, nel suo nome, il significato di “sguardo gettato sul futuro”.

In questa prospettiva così dialettica, ricca, declinata in una molteplicità di situazioni e di contesti, lo sguardo diventa la chiave di lettura anche della storia, di una storia che guarda a Firenze e da Firenze disegna il domani.

 

La Presidente

Donatella Lippi