Editoriale 2020

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La luce di Firenze illumina il mondo



«In principio Dio creò il cielo e la terra. La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque. Dio disse: “Sia la luce!”. E la luce fu».
In questa brevissima locuzione, Fiat lux (Gen. 1:3), riferita al primo atto compiuto da Dio subito dopo la creazione del cielo e della terra, quando ordinò che fosse fatta la luce, perché sopra la faccia dell’abisso erano ancora le tenebre, inizia un viaggio all’interno della Sacra Scrittura, fino al dibattito sulla metafisica della luce in età medievale.
E oltre.
In tutte le civiltà, la luce passa, infatti, da fenomeno fisico ad archetipo simbolico, dotato di uno sterminato spettro di iridescenze metaforiche, soprattutto di qualità religiosa. La connessione primaria è di natura cosmologica: l’ingresso della luce segna l’incipit assoluto del creato nel suo essere ed esistere.
Anche nell’antica cultura egizia l’irradiarsi della luce accompagna la prima alba cosmica e, similmente, ritorna l’elemento centrale della luce nell’arcaica teologia indiana dei Rig-Veda, nel Buddismo, nell’Islam.
È la Bibbia, che ha generato per la cultura occidentale un “lessico” ideologico e iconografico fondamentale, ad offrire un paradigma sistematico esemplare generale, in base al quale Dio stesso è luce.
Si devono intendere così le affermazioni che ricorrono negli scritti neotestamentari attribuiti all’evangelista Giovanni. Cristo stesso è “la luce del mondo”, il Lógos, il Verbo-Cristo, è «luce vera che illumina ogni uomo». La luce diventa il simbolo della rivelazione di Dio e della sua presenza nella storia.
Non a caso, per il Natale di Cristo venne scelta la data del 25 dicembre, festa pagana del dio Sole, nel solstizio d’inverno, che segnava l’inizio dell’ascesa della luce, prima umiliata dall’oscurità invernale.
E come la tradizione pitagorica immaginava che le anime dei giusti defunti si trasformassero nelle stelle della Via Lattea, nelle iscrizioni sepolcrali cristiane, il defunto verrà definito «figlio del Sole», fino a stabilire una sorta di sistema solare teologico: Cristo è il sole; la Chiesa è la luna, che brilla di luce riflessa; i cristiani sono astri, illuminati
dalla luce suprema celeste, fino all’ultimo libro biblico, l’Apocalisse, in  cui, nella descrizione della città ideale del futuro escatologico perfetto, la Gerusalemme nuova e celeste, si dice che «Non vi sarà più notte e non avranno più bisogno di luce di lampada, né di luce di sole, perché il Signore Dio li illuminerà» (22,5).
Il Dio della liturgia, sol salutis, che risplende sul fondo dorato della pittura e dei mosaici, illumina anche la terza Cantica della Commedia: dall’Inferno “luogo d’ogni luce muto”, un iter nel segno della luce, intesa nella sua valenza più alta, in una dimensione di verticalità, in un’ascesa immateriale verso la visione di Dio.
Anche in un approccio più laico, quello di Ugo Foscolo nei Sepolcri,

«Gli occhi dell’uom cercan morendo

Il Sole: e tutti l’ultimo sospiro
Mandano i petti alla fuggente luce».
Luce e luci: che siano lanterne, fuochi d’artificio, incendi o aurore boreali, anche le luci hanno un ruolo e un significato fondamentale nella trama delle opere d’arte.
È una luce verde quella che Gatsby vede in fondo alla baia e che rappresenta Daisy e con lei il sogno americano irraggiungibile; è la flebile luce che Holmes e Watson scorgono nella brughiera de Il mastino di Baskerville, e che li porterà a risolvere il mistero; sono i bagliori del fuoco in Jane Eyre di Charlotte Brontë, simbolo di un rifugio sicuro per Jane, che si trasforma in un incendio e nella morte di Bertha e nella disgrazia di Rochester.
È una fiala di luce della stella di Eärendil, che la dama elfica Galadriel dona al giovane Frodo ne Il Signore degli Anelli di J.R.R. Tolkien, perché sia un chiarore nei luoghi oscuri.
E se Fra Filippo Lippi fu il primo a studiare effetti di chiaroscuro su brani isolati di panneggio, ispirandosi alla scultura, alla quale Leon Battista Alberti, nel De pictura (1435), invitava a guardare per imparare a raffigurare i passaggi di luce, da Verrocchio a Leonardo è il “piegar de’ panni” che vi s’immerge, in una ricerca espressiva che
attraversa i tempi e lo spazio e conquista anche il pentagramma, con la musica di Debussy e il minimalismo di Satie, dove ogni nota musicale è paragonabile a una pennellata “en plein air”, fatta di leggere armonie e delicatezze talvolta impercettibili.
La luce rende possibile la percezione tridimensionale con le ombre, attribuisce qualità alle superfici, crea giochi chiaroscurali, che esaltano o annullano la modellazione dei volumi, giocando con la sua ampiezza, con la sua potenza, con le sue dominanti cromatiche …dai capolavori della storia dell’arte, attraverso i moduli dell’architettura, fino al Light painting contemporaneo.
Lux e Lumen. Occhio-faro e occhio-trappola. Vedere e guardare.
La teoria della visione è attraversata costantemente da questa riflessione, che abbraccia tanto la Filosofia, quanto la Fisica e l’Ottica, in una sfida che coinvolge, in particolare, il mondo scientifico del XVII secolo, fino ad arrivare, in tempi molto recenti, alle applicazioni terapeutiche della luce, da quella solare, per i bambini affetti da rachitismo, alla
Fototherapy, nel trattamento della fase depressiva del disturbo affettivo stagionale, fino all’impiego fototermico, fotochimico e fotomeccanico del laser ed alle recentissime applicazioni della Fotodinamica.
E può essere fatta nostra l’affermazione di Ariel nel Faust di Goethe:
«Welch Getöse bringt das Licht!» (Quale tumulto porta la luce! II, atto I, v. 4671).
È, infatti, la luce un segno glorioso e vitale, una metafora sacra e trascendente, ma non è completamente innocua, in quanto genera tensione col suo opposto, la tenebra, trasformandosi in simbolo di uno scontro morale ed esistenziale.
La sua irradiazione, quindi, dal cosmo trapassa nella storia, dall’infinito scende nel finito ed è per questo che l’umanità anela alla luce, come nel grido finale che si attribuisce allo stesso Goethe, «Mehr Licht!»
(Più luce!): in senso fisico a causa del velarsi degli occhi nell’agonia, ma anche in senso profondo e spirituale, di anelito a un’epifania suprema di splendore.



La Presidente
Donatella Lippi

Firenze,

Palazzo Adami Lami

Lungarno Guicciardini, 17

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