Editoriale 2018

Amicizia: da Firenze al mondo

 

Non a caso, la parola amicizia ha un rapporto strettissimo con la radice del verbo amare: eppure, ne è semanticamente lontana. L'amicizia, infatti, non è un sentimento, ma una relazione, che si costruisce con la frequentazione e l’approfondimento di un rapporto. L'amicizia, allora, ha tante forme e tanti livelli: può essere solo un moto dell'animo, oppure può essere grandissima e incondizionata. L'amore è sublime e miserabile, eroico e stupido, mai giusto. Il registro della giustizia non è l'amore: è l'amicizia.

Est enim amicitia nihil aliud nisi omnium divinarum humanarumque rerum cum benevolentia et caritate consensio. «L'amicizia non è niente altro che l'armonia delle cose umane e divine, accompagnata dalla benevolenza e dalla carità».

Così, Cicerone nel dialogo Laelius de amicitia: a pochi giorni dalla misteriosa morte di Scipione Emiliano, durante le agitazioni graccane, Lelio rievoca davanti a C. Fanno e M. Scevola la figura dell'amico scomparso, e disserta sul valore e le finalità dell'amicizia.

Il clima è quello di una composta tristezza, sullo sfondo di una situazione politica drammaticamente tesa. Per questo, si invoca la fides, la fiducia che si ripone concretamente nell'altro, che, poi, diventa fiducia, fedeltà, onestà. Accanto alla fides, la constantia, la fermezza nel perseguire la virtù. E, infine, la suavitas, una disposizione d’animo benevola, una qualità che colora di piacere il rapporto: amor, suavitas, humanitas i tratti del medicus amicus di Seneca.

Forte tra persone della stessa età, fondata sulla complicità e sulla comprensione reciproche, amicizia era, per gli alchimisti, l’affinità di due elementi chimici, la loro attitudine a unirsi in un composto, mentre i grammatici la analizzavano come possibilità combinatoria tra le varie lettere.

Solida anche tra animali umani e animali non umani, l’amicizia lega alleati nella politica, persone, partiti o Stati, fino ad assumere, paradossalmente, un significato negativo, di privilegio, di relazione di ruolo o di solidarietà collettiva, quale si costituisce nelle sette, nei partiti e nelle confessioni religiose.

Per questo, i Greci usavano termini altri: φιλία, ἑταιρία, συνουσία.

E’ fratellanza d'armi quella di Patroclo e Achille, Eurialo e Niso, Enea e Pallante. E’ condivisione di cultura e politica in Dante, Guido Cavalcanti, Lapo Gianni. E, ancora, sul sottile filo del sapere, si è costruito il legame tra Michel de Montaigne e Etienne de La Boétie, Marx ed Engels, Max Horkheimer e Theodor Adorno…

Ma il tempo e le circostanze hanno sfumato variamente questa immagine: già Aristotele, nell’Etica Nicomachea, aveva distinto l’amicizia fondata sull'utile, una sorta di societas, da quella fondata sulla virtù, l'unica che ne meriti il nome, e, ancora oggi, confondiamo nel termine amicizia conoscenti, colleghi, persone con cui ci troviamo bene.

Bellissima, la definizione di Sallustio: Idem velle atque idem nolle, ea demum firma amicitia (Volere le stesse cose, le stesse cose non volere, in fondo è questa la vera amicizia. De Coniur. Catilinae: XX, 4)

Amicizia come condivisione profonda di intenti. E se, in passato, si è espressa anche con il calamo e la carta, sbocciata e coltivata per lettera, l’amicizia, oggi, ha conquistato il web e si è declinata nel linguaggio stereotipato dei social: si chiede e si offre “amicizia” a un generico “pubblico” e a vaghi “utenti”.

In un momento storico, in cui l’Altro è una presenza ritagliata sulla misura del “condividi”, generato dalla pressione di un tasto, con questa riflessione lunga un anno, vogliamo recuperare, invece, il tempo dell’amicizia e quelle valenze, che oggi sono disperse in un oceano di voci solitarie e inerti, per vincere il paradosso dell’era dei social network, per cui siamo oggi assai meno “animali sociali” di quanto fossimo in passato.

Quando, per avere un’amicizia, era necessario coltivarla e non “aggiungerla”.

 

La Presidente

Donatella Lippi

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