La Presidenza

Agnodice, Ipazia, Trotula, Margaret Ann Bulkley, detta James Barry, Artemisia Gentileschi, Olympe de Gouges, Lucy Renée Mathilde Schwob, detta Claude Cahun, Anna Politkovskaja, Hina Salem….una lunga serie di donne, che hanno sfidato la cultura di genere, martiri pagane, spesso costrette in abiti da uomo, come Agnodice, altre volte occultate, nella loro femminilità, da nomi maschili…

E’, il loro, un cammino di autorappresentazione, che parte da molto lontano.

A Vindication of the Rights of Women: questo il titolo del pamphlet che, nel 1792, Mary Wollenstonecraft dette alle stampe, una lettera aperta sulla virtù civica e sui diritti naturali, in cui affermava che la presunta inferiorità naturale e insanabile della donna rispetto all’uomo era solo il frutto dell’educazione, che alle donne veniva impartita. Per questo, le donne erano capaci di vedere se stesse solo con gli occhi degli uomini, accettando di reprimere la loro razionalità e rinunciando a interessi e occupazioni, considerate unicamente maschili.

Questa la tesi fondamentale della madre di Mary Shelley, a sua volta autrice di Frankenstein…

Le rispondeva, nello stesso anno, l’opera di Thomas Taylor, Vindication of Rights of Brute, un libello satirico, con cui si sosteneva l’assurdità di tali tesi emancipazioniste: se esseri così passionali, insensati e, pertanto, scarsamente governabili come le donne, si dicevano dotate di ragione e, quindi, pretendevano il riconoscimento dei loro diritti … allo stesso modo anche gli animali (i bruti) avrebbero legittimamente potuto avanzare le stesse richieste!!

Donne, bambini, animali. I bagliori della Rivoluzione francese illuminavano il faticoso percorso, che sarebbe stato necessario compiere, per sovvertire antiche gerarchie.

Non a caso, si intitolava “Cassandra”, dal nome della inascoltata profetessa, l’opera in cui Florence Nightingale aveva affermato che era “arrivato il momento in cui le donne devono fare qualcosa di più che essere “l’angelo del focolare”, cioè allevare i bambini, tenere la casa in ordine, preparare una buona cena e un party divertente.”

Correva l’anno 1852, ma, ancora nel 1908, quando venne fondato il Lyceum Club International di Firenze, il sogno di Constance Smedley stentava ad affermarsi: il progetto di luoghi di incontro gestiti da donne, per farle uscire dalla rassicurante, ma chiusa intimità domestica, al fine di intraprendere un percorso operativo per se stesse e per la società, aveva ancora il sapore dell’utopia.

Firenze, però, città cosmopolita, patria adottiva di una ricca colonia inglese, sensibile alle istanze del nuovo, poteva dare seguito all’auspicio di una crescita della donna per “sviluppare al massimo le capacità femminili nel lavoro, nell’arte, nella letteratura, agevolando la loro formazione ed il loro inserimento nella società civile […] impegnandosi nell’aiuto alle meno fortunate, perché non restino o non divengano delle spostate”.

Lo fece. Lo fece, attraverso il Lyceum.

 

Cambiavano i costumi, i mores e i vestimenta, e mi piace, oggi, rileggere questo recente passato, cedendo alla tentazione di una metafora, rubata al mondo colorato della moda.

Negli anni in cui le donne stavano cercando di affermare le loro rivendicazioni, alla fine del XIX secolo, stava cambiando il loro modo di vestire: da lì a poco, si sarebbe, infatti, affermato il tailleur…severo, elegante, androgino, sobrio e seducente, nello stesso tempo. Simbolo dell’emancipazione femminile, era nato dalle mani sapienti di John Redfern per Alessandra, moglie del re Edoardo VII di Inghilterra, ma, ben presto, Coco Chanel lo avrebbe trasformato in un capo femminile, in morbido jersey, per favorire la comodità, con la prospettiva di quella vita più dinamica e attiva, che le donne stavano conquistando.

Come Agnodice si travestì da uomo per esercitare la professione medica, così le donne hanno indossato un abito maschile, ma sono poi riuscite a interpretarlo in maniera autonoma, a trasformarlo in una loro seconda pelle: Maison Dior, modello Bar, inno alla femminilità e all’eleganza…

Questo, hanno fatto le donne.

Cambiano i ruoli, cambiano i costumi: mores e vestimenta procedono di pari passo…

E oggi, anche il Lyceum si è vestito di panni nuovi, ha accettato la sfida della contemporaneità, ribadendo la sua vocazione internazionale, la sua visione femminile del mondo e dei problemi.

Per questo, il palco del Lyceum è ancora un punto di attrazione e di coinvolgimento della più colta temperie culturale: le sue sei Sezioni, ogni anno, si impegnano, sotto l’abito garbato del volontariato culturale, per impugnare scudo di pace e armi di cortesia.

Stagioni culturali e concertistiche memorabili, mostre ed esposizioni d’arte, incontri dedicati alla Scienza e alla Letteratura, meeting internazionali: il calendario si presenta sempre ricco di occasioni e di opportunità, molte delle quali dedicate al pubblico giovane, che ci auguriamo diventi assiduo frequentatore delle sale di Palazzo Giugni-Fraschetti.

Non c’è, quindi, soluzione di continuità: anzi, contro l’apparente anacronismo delle rivendicazioni, il Lyceum si propone, con particolare convinzione, come laboratorio di cultura e come punto di riferimento, e non solo per le donne, ma sicuramente con la determinazione di voler dissipare le nebbie di quella opacità insidiosa, che rende ancora oggi le donne che lavorano una “élite discriminata” (Pierre Bordieu).

 

La Presidente

Donatella Lippi

 

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